Oro da investimento: tasse, IVA e regole della legge 7/2000

Dal banco DIAMANTE, Bologna

Lingotti d'oro di vari tagli con certificati e fattura d'acquisto su una scrivania

L’oro da investimento gode in Italia di un regime fiscale a due facce, entrambe da conoscere prima di comprare o vendere. All’acquisto è esente da IVA: lingotti di purezza pari o superiore a 995 millesimi e monete d’oro riconosciute si comprano senza il 22% che grava sugli altri beni, per effetto della legge 7/2000. Alla vendita, l’eventuale plusvalenza sconta l’imposta sostitutiva del 26%: sul solo guadagno se il costo d’acquisto è documentato, sull’intero incasso se la documentazione manca — regola, quest’ultima, in vigore per le cessioni dal 1° gennaio 2024.

In mezzo, durante il possesso, non c’è nulla: niente imposte patrimoniali, niente obblighi dichiarativi per l’oro custodito in Italia. È uno dei regimi più lineari del nostro fisco, a patto di rispettare le definizioni e di conservare le carte. Vediamolo per intero.

Cosa è oro da investimento per la legge

La definizione è nell’articolo 1 della legge 17 gennaio 2000, n. 7, che ha recepito la direttiva europea 98/80/CE. Sono oro da investimento due categorie di beni, e solo quelle.

Lingotti e placchette di peso accettato dal mercato, comunque superiore a 1 grammo, con purezza pari o superiore a 995 millesimi. Ci rientrano i tagli classici da 5, 10, 20, 50, 100, 250, 500 grammi e 1 chilogrammo dei marchi accreditati, tipicamente coniati a 999,9 millesimi.

Monete d’oro con purezza pari o superiore a 900 millesimi, coniate dopo il 1800, che hanno o hanno avuto corso legale nel Paese d’origine, normalmente vendute a un prezzo che non supera dell’80% il valore dell’oro contenuto. La Commissione europea pubblica ogni anno l’elenco delle monete che soddisfano i criteri, ma la legge include anche le monete con le medesime caratteristiche non comprese nell’elenco. Sterline, marenghi, krugerrand, 50 pesos, Maple Leaf e Filarmoniche rientrano tutte: pesi, titoli e contenuti d’oro li abbiamo tabulati nella guida su sterline, marenghi e valore delle monete d’oro.

Fuori dalla definizione resta tutto il resto: i gioielli e l’oro lavorato (che all’acquisto scontano l’IVA ordinaria al 22%), l’oro industriale, le monete coniate prima del 1800 o senza corso legale, che il fisco tratta come oggetti da collezione. La distinzione non è accademica: cambia l’IVA all’acquisto e cambia, come vedremo, la tassazione alla vendita.

L’esenzione IVA: perché esiste e cosa richiede

Le cessioni di oro da investimento sono esenti da IVA ai sensi dell’articolo 10, numero 11, del DPR 633/1972, come modificato dalla legge 7/2000. La ratio è finanziaria: l’Unione europea ha voluto equiparare l’oro fisico agli altri strumenti di investimento — nessuno paga IVA comprando un’azione — eliminando una distorsione che penalizzava il risparmio in metallo rispetto ai titoli di carta.

L’esenzione è però interpretata in modo rigoroso. L’Agenzia delle Entrate, nella consulenza giuridica n. 4 del 2021, ha ribadito che si tratta di una deroga al principio generale di imponibilità e che resta circoscritta all’oro con le esatte caratteristiche di forma, peso e purezza previste: lingotti o placchette, peso superiore a un grammo, titolo da 995 millesimi in su. Un semilavorato d’oreficeria a 750 millesimi, per quanto puro il metallo di partenza, non è oro da investimento; una medaglia commemorativa senza corso legale nemmeno.

Conseguenza pratica per chi compra: a parità di grammi, il lingotto “da investimento” costa il prezzo del fino più un modesto premio di fabbricazione, mentre un oggetto d’oro nuovo in gioielleria incorpora IVA e manifattura. È il motivo per cui chi vuole esposizione al metallo compra lingotti e monete, non catene.

Chi può vendere oro da investimento

Il commercio professionale di oro da investimento è riservato a banche e agli operatori professionali in oro, figure introdotte dalla stessa legge 7/2000 e oggi iscritte in un apposito registro tenuto dall’OAM, l’Organismo Agenti e Mediatori. Requisiti societari, onorabilità degli esponenti e comunicazioni obbligatorie fanno di questo canale un circuito vigilato.

Per chi acquista, la regola d’igiene è una: pretendere sempre la fattura o il documento d’acquisto con descrizione del prodotto, peso, titolo e prezzo. Non è un pezzo di carta qualsiasi: come vedremo subito, è il documento che un domani varrà una differenza fiscale enorme. Comprare “sottobanco” per risparmiare il premio è un pessimo affare composto: nessuna garanzia di autenticità oggi, tassazione sull’intero incasso domani.

La tassazione alla vendita: il 26% e la regola della documentazione

Quando un privato vende oro da investimento, l’eventuale plusvalenza è un reddito diverso di natura finanziaria ai sensi dell’articolo 67, comma 1, lettera c-ter del TUIR, soggetto a imposta sostitutiva del 26%. La base di calcolo dipende interamente dalla documentazione:

SituazioneBase imponibile del 26%
Costo d’acquisto documentato (fattura, ricevuta, atto di successione o donazione)Prezzo di vendita meno costo documentato (più oneri inerenti)
Nessuna documentazione — cessioni dal 1° gennaio 2024L’intero corrispettivo incassato
Vendita in perdita documentataNessuna imposta (minusvalenza compensabile)

Il punto di svolta è recente e va capito bene. Fino al 31 dicembre 2023, chi non aveva documenti poteva avvalersi di un criterio forfettario: la plusvalenza si presumeva pari al 25% del corrispettivo, quindi il 26% si pagava su un quarto dell’incasso. La Legge di Bilancio 2024 (L. 213/2023) ha modificato l’articolo 68, comma 7, lettera d) del TUIR eliminando il forfait: oggi, senza documentazione, l’imposta si calcola sull’intero prezzo di vendita, come se il costo d’acquisto fosse zero.

Durante l’iter della Legge di Bilancio 2026 erano circolate proposte di “affrancamento”: una rivalutazione volontaria del costo fiscale pagando un’imposta agevolata del 12,5-13%, pensata proprio per chi detiene oro storico senza carte. Le proposte non sono entrate nel testo definitivo approvato: il regime resta quello descritto, e chi vi racconta di aliquote agevolate vigenti sta citando un emendamento mai diventato legge.

L’imposta non viene trattenuta alla fonte dall’operatore che compra: è il venditore a dichiararla nel quadro RT del modello Redditi Persone Fisiche relativo all’anno della vendita, versando il dovuto in sede di dichiarazione.

La documentazione d’acquisto: il vero patrimonio

Alla luce della regola 2024, la fattura d’acquisto è diventata parte integrante del valore dell’investimento. Vale la pena essere concreti su cosa conservare e come.

Il documento d’acquisto originale, con identificazione del prodotto (marchio, numero di serie del lingotto se presente, peso, titolo) e prezzo pagato. L’eventuale certificato del lingotto, che nei blister moderni è integrato nella confezione: aprirla o danneggiarla riduce il valore di ricollocamento. Per l’oro ricevuto in successione o donazione, la dichiarazione di successione o l’atto di donazione con l’indicazione del valore: quel valore, aumentato dell’imposta eventualmente pagata, è il costo fiscale di carico — il tema ha abbastanza pieghe da meritare la guida dedicata all’oro ereditato tra tasse e successione. Infine, la ricevuta della vendita quando arriverà il momento: chiude il fascicolo e documenta l’incasso.

Un’abitudine che consigliamo ai clienti: fascicolo unico, fisico o digitale, un foglio per ogni pezzo. L’oro si compra in un pomeriggio e si rivende magari tra vent’anni: la memoria documentale non può stare solo nella memoria.

Lingotti o monete: cosa cambia in pratica

Fiscalmente, nulla: lingotti conformi e monete riconosciute condividono l’esenzione IVA e il regime del 26%. Le differenze sono di mercato, e orientano la scelta.

Il lingotto ha il premio di fabbricazione più basso sui tagli grandi: più metallo per euro speso. In compenso è indivisibile — un chilogrammo si vende tutto o niente — e i tagli piccoli scontano premi percentuali crescenti. La moneta offre frazionabilità naturale (si vende una sterlina alla volta), riconoscibilità mondiale immediata e, per alcune emissioni, un potenziale numismatico che il lingotto non avrà mai. In vendita, le monete correnti si ricollocano senza fusione, il che spesso si traduce in condizioni migliori rispetto al rottame.

Per chi eredita o riordina un patrimonio, la conseguenza è pratica: prima di vendere, ogni pezzo va classificato — lingotto conforme, moneta da investimento, moneta da collezione, oggetto lavorato — perché ciascuna categoria ha il suo canale e il suo regime.

Oro da investimento e oro “usato”: due mondi fiscali

Riepiloghiamo la distinzione che governa tutto, perché è qui che nascono gli equivoci. L’oro da investimento (lingotti, monete riconosciute) è esente IVA all’acquisto e tassato al 26% sulla plusvalenza alla vendita, con l’aggravio dell’intero corrispettivo se mancano i documenti. L’oro lavorato — i gioielli, l’oro “usato” dei cassetti — segue la strada opposta: sconta l’IVA quando si compra nuovo in gioielleria, ma la sua vendita da parte di un privato non genera alcuna plusvalenza imponibile, perché l’articolo 67 del TUIR colpisce solo i metalli allo stato grezzo o monetato.

Vendere la collana della nonna: nessuna tassa. Vendere il lingotto del nonno senza la sua fattura: 26% su tutto l’incasso. Stesso metallo, regimi opposti: è la forma, non l’oro, a decidere il fisco. Chi si appresta a vendere oggetti d’oro trova il percorso completo — documenti, pesatura, pagamento — nella nostra guida alla vendita dell’oro usato.

In boutique

Il banco DIAMANTE tratta quotidianamente lingotti e monete da investimento, e la prima cosa che facciamo con chi vuole vendere è guardare le carte insieme: con la documentazione in ordine, la differenza fiscale è tale che vale sempre la pena cercarla, anche in fondo a un cassetto o in un vecchio fascicolo di successione. In boutique a Bologna trovate le quotazioni di lingotti e monete esposte e aggiornate sul mercato internazionale: potete consultare le quotazioni di lingotti e monete anche online, in tempo reale, prima ancora di passare a trovarci. Per il resto — valutazione, verifica, eventuale vendita — il tempo ve lo dedichiamo noi, con calma e con tutti i numeri sul tavolo.

Domande frequenti

Perché l'oro da investimento è esente da IVA?

Perché l'ordinamento europeo lo tratta come uno strumento finanziario, non come una merce: la direttiva 98/80/CE, recepita in Italia con la legge 7/2000, ha esteso all'oro fisico da investimento la stessa neutralità IVA di azioni e obbligazioni. L'esenzione è scritta nell'articolo 10, numero 11, del DPR 633/1972 e vale solo per l'oro che rispetta i requisiti di forma, peso e purezza fissati dalla legge.

Un lingotto da 1 grammo esatto è oro da investimento?

No: la legge 7/2000 richiede un peso superiore a 1 grammo, oltre a una purezza pari o superiore a 995 millesimi e a una forma accettata dal mercato (lingotto o placchetta). Il taglio da 1 grammo esatto resta quindi fuori dalla definizione, come confermato dall'Agenzia delle Entrate, che interpreta l'esenzione in senso restrittivo. Dai 2 grammi in su, requisiti rispettati, l'esenzione IVA si applica.

Devo dichiarare l'oro fisico che tengo in casa o in cassetta di sicurezza?

L'oro detenuto in Italia non va dichiarato e non sconta alcuna imposta patrimoniale durante il possesso: rileva fiscalmente solo l'eventuale plusvalenza al momento della vendita. L'oro custodito all'estero, invece, va indicato nel quadro RW del modello Redditi ai fini del monitoraggio fiscale, come ogni attività estera di natura finanziaria.

Dove si compra legalmente l'oro da investimento?

Da banche e da operatori professionali in oro iscritti nell'apposito registro tenuto dall'OAM, come previsto dalla legge 7/2000. L'operatore rilascia fattura o documento equivalente con l'indicazione del prodotto, del peso e del prezzo: quel documento è la prova del costo d'acquisto che un domani limiterà la tassazione alla sola plusvalenza reale. Comprare oro 'senza carte' significa regalare il 26% dell'intero incasso futuro.

Fonti

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